Alla fine, dopo una settimana di video, racconti, foto, telefonate, ieri sera di punto in bianco ho preso l'auto e sono andata a Viareggio. Sono andata in giro a finestrini spalancati a cercare i rumori, gli odori, di una città che amo. Sono andata a vedere finalmente la rovina e il dolore. Un dolore muto, silenzioso. Ho visto il bianco dei manifesti che annunciavano le esequie solenni. Ho visto tante persone, sedute fuori dalla porta, fuori dai bar, silenziose.
Ho visto via Garibaldi completamente rivestita da tricolori listati a lutto.
Ho finalmente lasciato che il mio sguardo si posasse sulle pietre annerite che si sfumavano nel buio.
La passerella semidemolita, come il resto di un bombardamento. Ho lasciato che la disperazione composta dei viareggini mi contagiasse.
Poi, ho provato ad andare a far visita a quei poveri morti. Che sono anche miei morti, povera gente mia. Ma non ci sono riuscita. Dopo due giri del parcheggio, dopo un lungo momento trascorso seduta in auto, con le mani aggrappate al volante, alla fine non ci sono riuscita. Ho dovuto fare un passo indietro e tornare via. Ho incrociato lo sguardo per un attimo con un signore anziano, fermo a cavalcioni della sua bicicletta, le braccia poggiate sul manubrio e le mani giunte, che un po' si guardava intorno e un po' a terra, come se stesse aspettando che qualcuno gli dicesse cosa fare e come farlo, che lui non aveva più la forza di dire o fare niente.
E lì, avviandomi su per via Coppino, ho finalmente potuto lasciar andare le lacrime che in una settimana non erano ancora uscite, ho lasciato entrare il dolore e la rabbia, e mi sono chiesta perchè, com'è possibile che questa povera gente sia morta in questo modo folle. Povera gente mia, perchè?
E ora, che i funerali sono conclusi, che il lutto si scioglierà nel ritorno al quotidiano, ora è giusto chiedere. E' giusto pretendere che sia detta la verità, e che chi deve pagare paghi.
Nessun silenzio mai.
scritto da Isa71
alle 19:08
pretesti: dolore, incazzatura, viaregginitudine
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